I giri in bici organizzati

Sono stato tentato di andare ad uno di questi ritrovi di MTB. Si paga una piccola quota d’iscrizione, ci si ritrova in tanti o addirittura tantissimi, si sceglie uno dei due percorsi, breve o lungo per più esperti, e si parte. Via!

La manifestazione è aperta a tutti e non è competitiva. Si fanno anche delle soste dove puoi mangiare pane, sopressa, formaggio, e bere vino. Alla fine c’è anche una lotteria. Tutto molto bello, credo, ma non fa al caso mio. Io sono per il momento un biker solitario. Non ho neanche l’abbigliamento adatto. Vado in giro con jeans corti e un paio qualsiasi di scarpe da ginnastica. Quando incrocio altri bikers mi guardano storto.

Non vesto come loro = non appartengo alla loro famiglia.
Peggio. Mi vedono come diverso. Uno che ha una bici professionale ma è senza l’abbigliamento adatto. Deve esserci qualcosa che non va. Avete mai visto un medico rasta? Io sì, e non ci ho trovato nulla di strano, ma i commenti che circolavano attorno a me quando il medico è uscito dal campo visivo erano unanimi: «Ma che capelli!» «Ma è un medico?» «Ma che strano!» «Non mi va molto che mi visiti» «Non saprà neanche fare il suo lavoro». E invece è probabile che lo faccia meglio di altri medici, visto che il suo primo ostacolo da superare è stato il pregiudizio. Quindi deve essere bravo, perché per lui non c’è perdono. E quel suo essere com’è è già un punto in meno nel giudizio di molti.

Così mi sento un po’ come il pulcino Calimero ad andare in MTB vestito con abiti non adatti, ma alla fine ci vado lo stesso e dimentico questi particolari. La mia MTB mi chiede soltanto di pedalare e di andare sempre più veloce. Non ha bisogno d’altro.

Il vestito è sempre stato parte di un linguaggio molto importante nella nostra società. Anche se l’abito non fa il monaco, l’abito è la prima cosa che si guarda. E influisce molto nell’approccio con l’altro. Io per il momento pedalo con i jeans corti. Ho i guantini da corsa però, e la maglia con i buchini. Ma senza sponsor – altro interessante argomento per un prossimo post. Sono uno strano ibrido. Dalla cintola fino al volto potrei essere “vestito bene” per andare con la mountain bike. Dal viso in su già meno, perché non ho il casco – tratto pertinente per un perfetto ciclista. Dalla cintola in giù non sono proprio adatto. Assolutamente. Vedendomi non mi stupisco se ad altri ciclisti sorgono delle domande e dei sorrisi sprezzanti.

Accessori: abbigliamento adatto alla MTB = per il momento non preso in considerazione

Consapevolezza e abbandono incerto

La mountain bike comunque mi appassiona al punto che inizio a guardare su eBay accessori per migliorarla. Cavolate s’intende. Fari potenti, contachilometri, cestini. Mi compero una telecamerina USB da 15 euro per filmare le mie escursioni, ma poi o si spegne subito perché non l’ho caricata a dovere, oppure sbaglio a schiacciare il tasto Rec e quando torno a casa e metto la scheda di memoria sul computer non si vede niente. A cercare su eBay e a guardarmi filmati su YouTube di gente spericolata che va su MTB da 3-4 mila euro raggiungo la consapevolezza che la mia cara MTB azzurra tutta in acciaio non può essere migliorata di molto, a meno di non comperarne una nuova.

Verso Novembre del 2012 trovo alla Coop una bicicletta in offerta. È una city bike basica: niente marce, colore nero, campanello minimo, fanali a led con batterie AA. Ci penso su due volte due e alla fine la compero. È la mia nuova bici per andare al lavoro e per farmi brevi pedalate lungo le piste ciclabili vicentine. Con l’arrivo dell’inverno la mountain bike ritorna a funghire in garage. La userò ancora? È pesante e tutte le vibrazioni lungo terreni accidentati le sento nelle braccia e nel sedere. A marzo del 2013 metto un annuncio su Subito e il giorno dopo ricevo un’email di una persona interessata all’acquisto. Il giorno dopo è già venduta, e fuori dal mio garage – il prezzo che ho proposto è più che onesto. Avrò fatto bene? Avrò fatto male? Ormai è venduta. Punto.